mercoledì 10 marzo 2010

Un mimo vale più di mille parole...

Chi ha letto i miei post precedenti sa che ho fatto la tesi su uno scrittore siciliano sconosciuto ai più e meritevole di maggiore attenzione. Si tratta di Francesco Lanza, autore, tra le altre cose, dei Mimi siciliani. Per ulteriori informazioni consultate il sito dedicato allo scrittore (trovate tutto nella pagina Link).
I Mimi sono una raccolta di storielle popolari, molto brevi (a volte solo poche battute), di contenuto umoristico, ironico, a volte greve ma, tuttavia, di stile raffinato, caratterizzate da dialoghi rapidi e sapidi tra contadini della provincia siciliana; dialoghi che di generazione in generazione e di bocca in bocca sono arrivati a noi, restando  “immutati, con un rilievo plastico dal tocco classico in cui puoi riconoscere attualissimo il richiamo alla perfezione ellenica della Sicilia antica”(G. Cottone, “Profilo di F. Lanza”, in Francesco Lanza, Palermo, Ila Palma, 1989, p. 12).
Nelle descrizioni e nei dialoghi dei mimi c’è un impasto originale e felice di parlato popolare, lingua colta, indicazioni scenografiche,pittoriche, elementi figurali ed icastici, ammantato della soave ironia dell’autore, che rende unica l’opera.
Ho deciso di pubblicarne qualcuno, con incerta periodicità (ça va sans dire), per farli conoscere e perché, in una recente rilettura, mi è sembrato che potessero ben sostituire i commenti ai fatti del giorno/della settimana.
Ogni mimo, naturalmente, si può prestare a tante interpretazioni; a voi il gioco.

Il primo mimo di oggi si intitola "L'aidonese".

Un dì l'aidonese litigò col proprio asino, che non voleva saltare un fosso; e poiché quello inarcandosi gli parava la testa, egli accettò la sfida e la fecero a testate.
Dai tu che do io, la battaglia durò a lungo, e in¬fine l'asino dovette dichiararsi vinto.

- Ah, minchione! - gridò ansante l'aidonese, tastandosi la zucca - tu puoi vincermi benissimo per giudizio, ma in quanto a testa non me la fai: l'ho più dura della tua.

Il licodiano

Tant'era ladro il licodiano che, non avendo a chi rubare, rubava a sé stesso, e a chi non aveva nulla rubava la vista degli occhi, mettendoglisi avanti.
Or pentitesi della sua vita, andò a confessarsi; e compunto e contrito snocciolava tutte le sue prodezze, che non finivano più.
Arrivati alla fine, il prete alzò la mano per assolverlo, e in quella lui, che gliela adocchiava sin dal principio, gli tolse lesto la stola di dosso, e se la ficcò in tasca.
E prima d'andarsene:
- O della stola non m'assolvete?

Il mazzarinese

Il mazzarinese teneva in un canto un sacco col muso legato fitto. Ogni tanto l’apriva con cura, appena il tempo di fiatarci dentro e lo richiudeva in furia, più fitto di prima.
- O che fate? – gli domandarono una volta.
E lui:
- Metto in serbo il fiato per quando mi manca.

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