domenica 21 novembre 2010

Il berlusconismo (f)a scuola

Da super-precaria quale sono, ho perso la speranza e la voglia di cercare il lavoro ideale; non si può fare gli schizzinosi. E così sono finita davanti ad una delle tante scuole private. 
A parte una breve avventura nel mondo CEPU, non avevo mai attraversato quel confine.
Iniziamo dall'avventura CEPU.
Invio il CV, mi chiamano per un colloquio. La direttrice è gentile e sincera: mi avverte di abbandonare ogni speranza di lauti guadagni. Mi pagheranno 10 euro lordi all'ora, sicuramente in ritardo di mesi, contributi con la gestione separata, niente punteggio per le graduatorie, e, se il ragazzo non supera l'anno, non vedrò un euro.
Sono pietosa in matematica, ma qui il conto era facile: dovevo fare 4 ore a settimana, distribuite in 3 giorni, lontano da casa. In tasca, tolte le spese di viaggio, non mi sarebbe rimasto nulla, sempre che un giorno avessero deciso di pagarmi. Che lavoro a fare? Rifiuto.
Veniamo all'esperienza più recente.
Un'amica mi segnala l'apertura di un nuovo istituto in città; c'è un sito, mi dice, trovi tutto lì. Google non mi aiuta a trovarlo, faccio girogirotondo per motori di ricerca, ma niente. Chiedo lumi: mi detta l'indirizzo. Wow, è anche ammacchiato con la S. Pio V ! (Non uso le parole a caso...)
Be', proviamoci. Consegno personalmente il CV in segreteria, per farmi un'idea del posto. Appartamento in palazzo con scale rosa shocking...Sorvolo sul buon gusto. Mi accolgono due gentili ragazze, le quali mi dicono da subito: la scuola è gestita da nostra madre, poi lei farà il colloquio col Preside (il padre). Vabbe', a conduzione familiare, come 'na trattoria...
Qualche settimana dopo, io e altre due colleghe veniamo sottoposte al colloquio con il Preside. 
Preside? Un uomo basso, calvo, in tuta multicolor, sudato... "Scusate, stamane sono arrivati i banchi all'improvviso e ho dovuto mettere a posto..." Ci guardiamo perplesse, ma restiamo sedute. Le frasi più ricorrenti del discorsetto di presentazione del preside sono state: io non vendo fumo, io parlo chiaro, io non creo illusioni. Le mie gambe si sono animate, i miei occhi cercavano la via d'uscita più vicina, ma le altre restano sedute e ... 
Proposta: vi assumerò con contratto regolare, con contributi e punteggio pieno, perché siamo un istituto paritario... ma...non vi pagherò. Così, semplice e diretto. 
Ci chiede di far domande,  le facciamo a turno, si altera e urla: ma insomma, con i problemi che ci sono oggi nella scuola, vi interessa o no il punteggio? 
Cerchiamo di smorzare la tensione, lui si rilassa e dice: sapete, io sono chiaro, questa scuola l'ho aperta per dare un lavoro ai miei figli, perché non voglio che vadano in giro a elemosinare un lavoro da 400/500 euro al mese. 
Così, con semplicità, davanti alle stesse persone alle quali aveva appena proposto una finta busta paga. 
Io taccio.
Faccio così quando il mio istinto ha già emesso una sentenza; ma, ahimè, questo atteggiamento viene scambiato per discrezione e, quindi, apprezzato.
Ce ne andiamo. Mi richiama la segretaria per fissare un ulteriore appuntamento, per convincermi ad accettare. 
E ora arriva il bello.
La mattina dell'appuntamento squilla il mio cellulare.  È la scuola. Rispondo aspettandomi la voce della segretaria. 
E mi ritrovo catapultata sul set di Amica Chips. C'è un emulo telefonico di Rocco Siffredi che mi sussura con voce roca: "Ehi, (nome; non professoressa o altro, nome...), ciao, come stai? perché non vieni qui a scuola tra qualche oretta?" Sconvolta, rispondo che in effetti avevamo  già fissato l'appuntamento con la segretaria. "Ah, bene, allora ti aspetto. Vieni presto, ciao, (nome)". 
Naturalmente in questa scuola non ho più messo piede; tra l'altro ho scoperto che non era neanche paritaria (quei banchi arrivati all'improvviso e la totale assenza di alunni in sede già lasciavano presagire).Ho richiamato la segretaria (la figlia) per rinunciare, con una scusa.
La cosa che mi sconvolge, sarò strana, è il fatto che quell'omuncolo credeva seriamente di convincermi in quel modo ad accettare il lavoro. Non gli ha mai attraversato il cervello l'idea che potesse farmi scappare, o che non fosse professionale chiamarmi per nome e con quel tono, o che la cosa potesse offendermi. Pensava di essere affascinante e convincente e che io dovessi per forza sentirmi lusingata da tali attenzioni, fatte da un preside del suo calibro
A me ricorda qualcuno. Qualcuno che ha fatto scuola, evidentemente. Quel qualcuno che a Maria Luisa Busi ha fatto una proposta di lavoro così, semplice e diretta.

martedì 2 novembre 2010

Quando una lettera rasenta la perfezione

Questa è una lettera scritta su Leiweb il 31 ottobre da Marina Terragni al vecchio premier che ci rappresenta. 
Da diffondere, perché spietata e composta.

LETTERA A UN VECCHIO DI NOME SILVIO

Signor Presidente del Consiglio,
sono abbastanza vecchia da non poter più aspirare a essere selezionata per i suoi party a Villa San Martino, ma anche abbastanza giovane da poter essere sua figlia (per bontà divina non lo sono). Quelle ragazze sono mie figlie, e lei è il loro nonno. Lei dice di aver diritto a godersi la vita, ma anche quelle ragazze hanno diritto a godersela. Se sua figlia o sua nipote, per godersi la vita, per trovare un posto nel mondo, o per legittima per quanto malriposta ambizione, dovessero danzare e spogliarsi per un vecchio quale lei è, o perfino accomodarsi tra le sue braccia, lei di sicuro ne soffrirebbe molto. Che queste ragazze siano minorenni o maggiorenni è un fatto che riguarda la legge. Ma anche se avessero  25 anni, rimarrebbe aperta una seria questione di coscienza.
Signor Presidente del Consiglio, attualmente lei gode ancora del consenso della maggioranza degli italiani, ma questo non la dispensa dalla più elementare legge morale, che è quella di non fare del male a chi è indifeso, e di non approfittare di chi si trova in una situazione di bisogno. Se quelle ragazze vengono ai suoi party, Presidente, non è perché la trovino attraente, ma solo perché sperano di ricavarne qualche vantaggio. Per qualunque donna giovane e feconda, non si faccia illusioni, il contatto con un uomo vecchio è ripugnante. Senza eccezioni. Lei compreso. Questo può essere molto doloroso per un uomo che provi ancora il desiderio di una donna, contravveleno alla paura della morte che si avvicina. A quanto ci viene raccontato da molta letteratura, da vecchi il desiderio può essere ancora lancinante, e perfino disperato. Ma vi è la possibilità che il dispositivo della coscienza sia più forte, che il desiderio venga sublimato, che l’istinto di proteggere chi è più piccolo, come quelle quasi-bambine, abbia la meglio. Su questa possibilità e su questa speranza basiamo grande parte del patto umano.
Ci sono anche i ragazzi, non solo le ragazze, a cui da molti anni, praticamente da quando sono al mondo, lei offre un modello di relazione tra uomini e donne basato sullo scambio sesso-potere-denaro. I suoi figli e i suoi nipoti, che la osservano, e si sentono certamente mortificati dal suo lassismo.
Signor Presidente, molti osservatori concordano sul fatto che il tempo del suo premierato è in scadenza, che siamo agli ultimi giorni di Pompei, e si sa che un impero alla sua fine esprime quasi sempre un collaterale degrado morale. Ma senza voler parlare di politica, stando all’essenziale della sua e anche della mia umanità, l’auspicio, Presidente Berlusconi, è che in uscita lei accetti i limiti e le responsabilità connessi alla sua età veneranda, che trovi la forza morale per esprimere qualche ravvedimento, per restituire in extremis alle giovani generazioni quello che, insieme a ben altro -la possibilità di un lavoro, di una casa, di una vita- è stato loro tolto: la fiducia nell’amore vero, costruito nel rispetto e nella dignità, e nella possibilità di costruire insieme, uomini e donne, quel poco di serenità in cui ci viene dato di sperare nella vita. Si lasci aiutare a farlo, se da solo non ci riesce.
Detto come da una figlia a un padre in gravi difficoltà, e provando una profonda compassione, per lei e per tutti.