giovedì 17 febbraio 2011

Deficienti alla riscossa

Forse non doveva fargli scrivere "deficiente" sul quaderno. Perché umiliare ulteriormente un povero cervellino scotto con una parola così difficile? Be', a parte gli scherzi, forse era più opportuno chiamare i genitori di tanto genio, usare i mezzi a disposizione (note et similia) ecc... ma ciò non toglie che genitori, figlio, avvocati e giudici avrebbero bisogno di un bel quadernetto in cui vomitare la loro idiozia, cento e più volte.
 
Meglio, mooolto meglio di me, Gramellini:

La giustizia deficiente

Nella primavera del 2007, a Palermo, un alunno di scuola media aveva canzonato un compagno, dandogli simpaticamente del finocchio e facendolo simpaticamente piangere davanti a tutta la classe. La vecchia professoressa di lettere si era accanita contro il mattacchione e, anziché spedirlo ai provini di «Amici», lo aveva messo dietro il banco a scrivere cento volte sul quaderno «io sono un deficiente». Lui aveva scritto cento volte «deficente» senza la i, dimostrando così di avere le carte in regola per sfondare non solo in tv ma anche in Parlamento. Poi era corso a lamentarsi da papà, che di fronte all’affronto intollerabile inferto al ramo intellettuale della famiglia aveva denunciato la prof ai carabinieri, non prima di averle urlato in faccia: «Mio figlio sarà un deficiente, ma lei è una gran c...».

C’è voluto del tempo per ottenere giustizia, però ieri alla fine l’aguzzina è stata condannata: un anno di carcere con la condizionale per abuso di mezzi di disciplina, nonostante l’accusa avesse chiesto solo 14 giorni. Che vi serva da lezione, cari insegnanti. La prossima volta che un alunno umilierà un compagno di fronte a tutti, aggiungete al coro il vostro sghignazzo e non avrete nulla da temere. A patto che l’umiliato non si impicchi in bagno, come altre volte è accaduto, perché allora vi accuseranno di non aver saputo prevenire la tragedia. E il simpatico umorista di Palermo finalmente vendicato? Lo immaginiamo ormai cresciuto, tutto suo padre, intento a scrivere cento volte sul quaderno «io sono intelligiente» e stavolta senza dimenticare la i.

lunedì 7 febbraio 2011

A scuola di frustrazione

A volte noi insegnanti sappiamo essere veramente bastardi. Che la scuola sia allo sfascio è cosa nota, e tutti, insegnanti, alunni, genitori, abbiamo dovuto fare i conti con questa realtà. Al mio primo incarico sono entrata in classe piena di buone intenzioni: parlavo nel mio migliore italiano, rendevo le mie lezioni quanto più possibile multidisciplinari, stimolavo interventi e dibattiti...il tutto senza guardare veramente in volto i miei alunni. Il giorno in cui l'ho fatto mi sono sentita una cretina. Volti impassibili e, in alcuni casi, sconcertati che urlavano: ma che cazzo stai dicendo? ma hai idea di dove ti trovi, e con chi? Be', mi sono detta, sono ancora in tempo a rimediare; sentiamo cosa mi raccontano. Da lì ho buttato nel cesso tutti i miei grandiosi progetti didattici e sono andata " a braccio", giorno per giorno. Mi sono "adeguata"; brutta parola, mi rendo conto, ma non avevo molta scelta. Ho adeguato il mio linguaggio, incontrando a metà strada il loro; ho adeguato il mio sistema di valutazione alla realtà, alzando automaticamente i miei voti di mezzo punto (o un punto intero, a volte). Se non avessi fatto così, la mia classe non avrebbe compreso nulla e sarebbe stata decimata. Eh, mi si dirà, ma così avalli la degenerazione del sistema e mandi in giro asini. Sì, lo confesso. Ma ora mi chiedo: dovevo continuare a parlarmi addosso? dovevo elargire 1, 2 e 3? quindi, bocciarli tutti? Avevo due quinte classi e una quarta. Una percentuale impressionante, il 60%, aveva seri problemi a distinguere e/è, anno/hanno, scriveva havere, fà, stà, fù (a proposito, alla domanda: Ma perchè scrivi l'accento su fu? il mio alunno mi lasciò di stucco rispondendomi convinto e quasi stupito della mia domanda: Perché è passato!). Se un ragazzo arriva al quinto anno con questi problemi, a che serve bocciarlo? Rifare il quinto anno lo cambierebbe? Quando bocciare significherà riportare l'alunno indietro di tanti anni quanti gliene servono per recuperare, allora inizierò a bocciare. Ma a farlo ora, quei ragazzi tornerebbero dritti negli uteri delle loro mamme!è da lì che devono ricominciare!
Ho, quindi, cercato di incontrare i miei alunni a metà strada e sono stata sufficientemente ripagata. Veniamo ad oggi. Un ragazzo è in difficoltà, inizio d'anno stentato, scioperi, occupazione, poco studio, qualche difficoltà espressiva: praticamente ho descritto l'80% degli alunni delle superiori di quest'anno. Dopo il primo incontro con i professori, i genitori lo marcano stretto e lui inizia a studiare; prima per conto suo, poi con un insegnante. Lezioni interminabili, ma il ragazzo è sveglio e recupera in poco tempo. Ultime interrogazioni del I quadrimestre: prof incazzati neri, classi affollate, programmi da recuperare, Gelmini da insultare mane e sera; ragazzi appena tornati alla realtà; ci sta tutto. Ma infierire con domandine ambigue sui ragazzi più deboli (anche caratterialmente) per crearsi l'alibi perfetto per un'operazione ardita di giardinaggio, no! I rami secchi si tagliano, è vero; ma se hai davanti un bonsai, o sei davvero sicuro di quello che stai facendo, o farai morire una pianta ancora sana.
Cari colleghi, i ragazzi sono cambiati, la scuola è cambiata; non abbassate la guardia, ma, vi prego, non usateli come capri espiatori delle frustrazioni che altri vi causano.